Qui, lo si dice sommessamente, la pubblicità Calzedonia piace, soprattutto per quell’inno cantato in maniera orecchiabile, piacevole, un gradevolissimo contrasto con quell’orrendo insopportabile inno cantato da cori lirici negli eventi ufficiali.

Per la geniale mente di Romano La Russa, coordinatore del PdL per la Provincia di Milano, “non si può svilire l’inno di Mameli per vendere delle volgarissime calze; è uno scempio assistere all’inno di Mameli utilizzato in una pubblicità per la vendita di calzamaglia da donna”.

Facciamo notare che, mentre il signor La Russa spara cazzate (ci si perdoni l’utilizzo di un oscuro linguaggio tecnico) a mano libera, il settore di calze e collant da donna (quelle che con disprezzo La Russa definisce “calzamaglia da donna”) produce in Italia oltre un miliardo di euro di fatturato, il 60% del quale viene esportato.

Se per aiutare queste aziende a vendere serve usare il nostro inno, personalmente dico: ben venga. Se al signor La Russa non sta bene, poco ci cale, considerato che dal curriculum di quest’ultimo si evince che è vissuto prevalentemente grazie allo stipendio pagato dai contribuenti. Tra cui ci sono anche le tasse dei produttori di calzamaglie da donna; speriamo che all’assessore non dispiaccia.

Per caso pensate che i numeri sul fatturato delle calze da donna ce li siamo inventati per il gusto della polemica? Purtroppo per voi, abbiamo il vizio di documentarci.

Tutti i leader dei principali Paesi vogliono riformare la remunerazione dei boss della finanza, imputando a strutture di remunerazione con incentivi perversi la responsabilità di parte dell’attuale crisi; tutto questo senza che, al momento, qualcuno abbia dimostrato che effettivamente sono stati i metodi di remunerazione dei professionisti della finanza a causare (o quanto meno, concorrere a causare) la crisi. Ora uno studio c’è, ma è poco lusinghiero nei confronti di questa tesi:

We investigate whether bank performance during the credit crisis of 2008 is related to CEO incentives and share ownership before the crisis and whether CEOs reduced their equity stakes in their banks in anticipation of the crisis. There is no evidence that banks with CEOs whose incentives were better aligned with the interests of their shareholders performed better during the crisis and some evidence that these banks actually performed worse both in terms of stock returns and in terms of accounting return on equity. Further, option compensation did not have an adverse impact on bank performance during the crisis. Bank CEOs did not reduce their holdings of shares in anticipation of the crisis or during the crisis; further, there is no evidence that they hedged their equity exposure. Consequently, they suffered extremely large wealth losses as a result of the crisis.

Quindi i metodi di remunerazione parrebbero contare poco. Il vero problema è il moral hazard derivante dalla consapevolezza di essere too big to fail, aspetto di cui lo stesso Obama pare consapevole, almeno stando a sentire quanto dichiarato nell’intervista con David Letterman. Il problema è che i bail out ed il too big to fail riguardano solo in parte le modalità di compensazione, e anzi se come vogliono Sarkozy, Merkel e Obama le remunerazioni saranno legate (ancora non ci dicono come…) alla performance delle azioni nel lungo periodo questo problema non sarà affatto mitigato: di fatto, il concetto di too big to fail non è altro che una put che gli azionisti (e talvolta pure i creditori, vedasi Alitalia) detengono nei confronti dei contribuenti. Dettaglio non da poco sapere che, qualunque cosa succeda, la mia banca sarà salvata: nel lungo periodo le azioni potranno anche riprendere valore, qualunque disastro io combini nel breve periodo.

Le medaglie hanno sempre due facce, mai dimenticarlo.

Welcome to Spain

24 Agosto 2009

Un Paese in svendita, sull’orlo dell’abisso.

Uh?!?

4 Agosto 2009

Un pelino superficiale il commento odierno di Facci:

Mi direte pure, un giorno, perché un obiettore pro-life debba per forza fare il ginecologo: che è come un obiettore pacifista che scelga ostinatamente la carriera militare.

A conferma di quanto scritto dal dott. Phastidio in questo post, i dati Eurostat sul tax wedge on labour costs per il periodo 1996-2007 sono i seguenti:

Immagine 2

Il grafico per il solo 2007 è il seguente:

Immagine 1

A mio avviso però il cuneo fiscale che aggrava il costo del lavoro non è il primo problema dell’Italia: ci sono Paesi come la Germania o la Svezia che sanno essere competitivi pur con un maggior onere fiscale sul lavoro, e l’Italia non è troppo lontana dalla media UE.

Il problema principale è che il lavoro in Italia è scarsamente produttivo, e questo perché il Paese è tecnologicamente arretrato rispetto ai suoi vicini, a causa di investimenti in beni durevoli molto minori, frenati dal fatto che il Paese è particolarmente poco attraente per gli investimenti, con la sua lentissima macchina giudiziaria, la perenne incertezza legislativa e l’alta incidenza dell’economia sommersa (ingestibile ed inaccettabile per una multinazionale quotata). Ridurre il costo del lavoro riducendone l’onere fiscale potrebbe avere degli effetti, ma nel lungo periodo senza un vero rilancio degli investimenti ci trasformeremmo in una economia labour-intensive, ovvero in un modello di economia da Paese in via di sviluppo. O sulla via del declino, nel nostro caso.

L’Italia ha bisogno di capitali, di tecnologia, di produttività, di certezza giuridica e di efficienza: l’onere fiscale sul lavoro è solo una parte del problema, e forse non la più grande.

Facci pure….

28 Luglio 2009

Continui, Facci, continui:

il governo ha appena nominato Michele Iorio commissario per la sanità molisana. Resta così valido, lo schema, che ci si torna a chiedere come sia stato possibile: Iorio ha governato per otto anni (è stato anche assessore alla Sanità ad interim) proprio mentre il deficit sanitario saliva a 700 milioni di euro, 166 solo nel 2009. Cioè: Michele Iorio è medico; sua sorella lavora al distretto sanitario di Isernia; il marito di sua sorella è primario a Isernia; il fratello di Iorio è primario a Isernia; un figlio di Iorio, Raffaele, ha aperto un centro privato di ortopedia mentre all’ospedale di Isernia il reparto di ortopedia chiudeva; un altro figlio medico, Luca, è stato assunto all’ospedale di Isernia; un altro figlio, Davide, ha partecipato alla cartolarizzazione dei debiti sanitari molisani; una nuora, infine, è stata appena assunta come anestesista. Poi. Il vice di Iorio, il senatore Ulisse Di Giacomo, coordinatore del Pdl, è primario a Isernia; il fratello della sua compagna è stato appena assunto all’ospedale di Isernia; continuiamo?

Penso che uno dei più frequenti errori commessi nel valutare e giudicare il sistema sanitario americano e le compagnie di assicurazione private sia la critica al fatto che le assicurazioni non assicurano i malati cronici ed i malati terminali.

Poniamo che questo sia vero (assumiamo cioè che, da una analisi delle statistiche, emerga che questo sia vero): che conclusioni dovremmo trarne?

Anzitutto, che il ruolo delle asimmetrie informative (selezione avversa, in questo caso) è sopravvalutato: se così fosse, infatti, vorrebbe dire che le assicurazioni sono perfettamente (o quasi) in grado di distinguere clienti sani da clienti malati, offrendo condizioni contrattuali diverse alle diverse tipologie di clienti. Ovvero, saremmo in un equilibrio di mercato in cui le asimmetrie informative non hanno particolari effetti, dato che in un modo o in un altro le compagnie assicurative riescono a separare in diverse classi di rischio le diverse tipologie di potenziali clienti.

In secondo luogo, le assicurazioni hanno come scopo quello di raggruppare e differenziare rischi, per ripartirne le conseguenze negative su una ampia “comunità” di clienti (le mutue assicuratrici), cosicché la vita del singolo non sia sconvolta da un evento sfortunato. Ora, sia detto con tutto il rispetto dovuto, certi malati cronici o terminali non hanno il rischio di star male, hanno la certezza: non hanno bisogno di assicurarsi contro un rischio, hanno bisogno di pagarsi le cure per un male certo. Non hanno bisogno pertanto di una assicurazione, ma di fondi per le cure. Lamentarsi perché una assicurazione non firmi una polizza con un malato cronico è assurdo: il premio per una simile polizza dovrebbe essere pari al valore attuale delle spese mediche future, il che renderebbe la polizza sostanzialmente inutile.

Penso sarebbe dunque opportuno, nel dibattito sul sistema sanitario, tenere conto di queste differenti esigenze, onde evitare di affrontare il problema in maniera errata e giungere da questa analisi sbagliata a soluzioni altrettanto sbagliate.

Dal Velino (HT: Jimmomo, misteriosamente affascinato dall’articolo):

Il fatto è che il titolo fu quotato a sei euro e subito all’esordio subì una perdita del 12 per cento. Non solo. I subprime e la crisi finanziaria mondiale non erano ancora all’orizzonte del “parco buoi” che il titolo Saras perdeva in poche settimane il 35 per cento. Oggi, con la crisi che è esplosa, un’azione Saras vale intorno ai due euro, realizzando una performance di poco superiore a quella della caduta generale dei valori sul mercato: meno 67 percento. Insomma, un’operazione che si può almeno definire sfortunata. Si potrebbe dire che, in fondo, il “mercato è il mercato”.

Ma il fatto che dovrebbe incuriosire, anche se a quanto sembra incuriosisce poco i nostri media, è che da quella quotazione sono arrivati un pacco di soldi, anzi quasi un tesoretto. A chi? Ai Moratti in primo luogo. Dalla quotazione del gruppo è infatti piovuta una cascata di euro, un miliardo e settecento milioni per l’esattezza alla cassaforte di famiglia. E poi, come è naturale, alle banche che hanno fatto l’operazione di collocamento, con commissioni che ammontano a circa 40 milioni di euro. Insomma in questa collocazione “andata male”, c’è qualcuno che ugualmente ci ha guadagnato. E molto bene. È probabilmente questo che ha insospettito i magistrati facendoli aprire un’inchiesta e facendo scattare degli avvisi di garanzia, per i banchieri, su “falso in prospetto” e “aggiotaggio”.

In sostanza, la quotazione e il collocamento della Saras sarebbe avvenuto con una supervalutazione tra 10 e 12 volte l’ebidta, il cosiddetto margine operativo lordo di un’azienda. A quanto sembra i banchieri avrebbero sbagliato e i Moratti non si sarebbero accorti di questa supervalutazione della loro azienda, oppure si sarebbero accortamente fidati della valutazione degli operatori finanziari.

L’articolo è pessimo perché, anzitutto, quotare una società quando il mercato la valuta più del suo valore intrinseco è una ragione più che valida, per l’azionista di controllo: si chiama market timing, e siccome il mercato azionario non è un parco giochi ma un luogo per operatori teoricamente consapevoli di quanto stanno facendo, non vedo perché uno dovrebbe essere triste ad aver venduto a 12 qualcosa che vale 2. I Moratti potrebbero ricomprarsi Saras ad un prezzo sensibilmente inferiore a quello incassato al momento della quotazione: è come se fossero andati short sui titoli della propria società, non mi pare niente di assurdo. E niente di cui essere triste. La spiegazione migliore sul tema può darla questa dichiarazione di Steve Wynn, CEO di Wynn Resorts Ltd (gestore di hotel a Las Vegas) in una conferenza con gli analisti di borsa, per spiegare il fatto che la società avesse improvvisamente emesso nuove azioni a $154 l’una:

It is the job, and you could take this as a final statement on the subject going forward. It is the job of Board of Directors and especially of a CEO to take advantage of the market. And that market movement is extreme. Now when a company increases its value by 50% in 60 days, that’s unnatural movement of value and the market also goes the other way sometimes. These unnatural movements in value — no company gets to be worth twice as much in 60 days, as it was before to any intelligent person. So, when that happens, we take advantage of it, and if everybody is so hungry for shares, we let them have some. And if the shares go down, we buy them, and that policy is a statement of policy of this company.

Dopo un trimestre (ed un dividendo straordinario ai vecchi azionisti) ha ricomprato parte di quelle azioni risparmiando tra $50 e $60 sul singolo titolo, con questa spiegazione:

Look, we issued 4.4 million shares for $660 million and promptly distributed it, which was really nice for us shareholders. And a return of capital. We have now bought back, at $50 or $60 a share every one of those shares that we issued. For $50 or $60 less money we bought it all back, thanks to the volatility of the stock market.

Certo, atteggiamenti di questo tipo possono intaccare la credibilità della società e rendere più difficili futuri accessi al mercato, ma nell’immediato sono scelte vincenti per i vecchi azionisti. Quindi l’articolo avrebbe potuto pensare di esaminare questo “danno reputazionale” che i Moratti potrebbero aver subito sulla piazza finanziaria con questa operazione, cosa che invece non fa.

Massimo Giannini non si esime dal seguire le orme del mega-direttore:

Sarebbe utile saperlo. In nome e per conto di quei poveri cristi di italiani a reddito fisso che pagano le tasse in busta paga fino all’ultimo centesimo.

Vale quanto già detto.

Zopa e banche

20 Luglio 2009

Tornando a parlare del social lending, mi pare che il decreto di cancellazione sia abbastanza chiaro nelle contestazioni: la società Zopa entrava in possesso delle somme dei clienti-prestatori, acquisendone, seppure temporaneamente, la proprietà. Tra l’altro, i clienti avevano la facoltà di chiedere sostanzialmente “a vista” il ritiro delle proprie somme depositate e non impiegate.

La mancata separazione patrimoniale tra somme della società e somme dei clienti rende di fatto Zopa una banca, e quindi (credo giustamente) Banca d’Italia esige o la rigida separazione patrimoniale (e quindi l’esonero dalla vigilanza) o la trasformazione in banca (e conseguenti obblighi in termini di normativa di vigilanza). Francamente non mi pare uno scandalo.