Puzzled
8 Giugno 2009
La logica di questo post di Phastidio è molto chiara, e abbastanza condivisibile.
(Ovvero, in sintesi, l’intervento pubblico può servire come strumento di breve termine per fermare una pericolosa spirale di fire-sales da deleveraging, deflazione, crollo dell’attività economica, aumento esponenziale della disoccupazione. Diciamo che è standard textbook macroeconomics.)
Però: l’attuale crisi è frutto, in buona sostanza, di un errato pricing di una serie di attività da cui è derivato uno stato diffuso di insolvenza o quasi-insolvenza di banche, intermediari finanziari e, a cascata, di imprese industriali. Spostare il debito dal privato al pubblico sposta il problema, ma non lo elimina; di fatto, si rimanda il problema nel tempo, ammortizzando i costi dell’errato pricing (e quindi le perdite di chi ha sopravvalutato quelle attività rispetto al loro valore “reale”) su più anni invece che subirli tutti subito.
Ma il punto è: quanto questa standard textbook macroeconomics è efficiente nel gestire la crisi, rispetto all’uso ordinato e ben regolato di procedure di insolvenza (e quindi, affidandosi al normale funzionamento del mercato nelle procedure di ristrutturazione, ovviamente all’interno di un sistema istituzionale chiaro e ben funzionante) con cui le perdite vengono riconosciute, il debito convertito in capitale di rischio (o rinegoziato su nuove scadenze e/o con minori valori di rimborso), e l’economia ha subito l’opportunità di una nuova ripartenza?
Mi pare che il vero dramma che emerge da questa crisi non è tanto la crisi in sé (i cicli economici sono inevitabili, in un sistema di mercato), ma il fatto che, nonostante tutto, gli unici strumenti che abbiamo per fronteggiare la crisi sono quelli pensati di fretta all’inizio del secolo scorso, nel pieno di una crisi economica di proporzioni storiche. Nessuno ha mai pensato di creare procedure di ristrutturazione del debito efficaci, e i necessari ammortizzatori sociali che le accompagnino.
La vera sconfitta per gli economisti credo sia questa, non il fatto che non abbiano saputo prevedere la crisi (una crisi futura, per definizione, non può essere prevista, altrimenti se lo fosse il sistema economico si adeguerebbe rapidamente al nuovo scenario economico, evitando la crisi, che quindi non si verificherebbe: così come nessuno, se non aspiranti suicidi, salirebbe su un aereo che si sa che precipiterà disintegrandosi, se so che la società XYZ fallirà tra un anno, io non vi investo neanche oggi, sapendo appunto che fallirà, ma a quel punto la società chiuderebbe già oggi, non riuscendo a raccogliere fondi; discorso analogo vale per le crisi economiche, ad un livello macro).
Un’altra nota dolente, parlando della crisi, riguarda la gestione del settore bancario: in tre delle ultime quattro recessioni, Citigroup ha rischiato la bancarotta; evidentemente, il modello di business di Citigroup non funziona, altrimenti non si troverebbe sull’orlo del baratro ad ogni cambio del vento (macroeconomico). Di conseguenza, se ne può dedurre che il modello di supermercato della finanza che Citigroup incarna non è un buon modello di gestione: perché, nonostante tutto, è ancora presente nel settore bancario? Cosa impedisce un processo di riorganizzazione del settore verso modelli diversi e più stabili?
Anche in questo caso, i metodi di gestione delle crisi (i bailout sistematici) hanno le loro colpe: con quel modello di gestione , la banca diventa too big, too interconnected, too well-connected to fail, e quindi viene sistematicamente salvata dalla mano pubblica. Anche qui, forse un diverso sistema di gestione delle crisi potrebbe aiutare il mercato ad evolvere verso modelli di business più funzionali, più solidi, più affidabili e più efficienti, invece di contribuire a preservare modelli che, ad ogni crisi economica, rivelano tutte le proprie debolezze. Invece il salvataggio pubblico incentiva le banche a mantenere modelli di gestione che hanno più volte dimostrato la loro scarsa affidabilità, se lasciati a se stessi.
Sarà che grazie alla medicina l’aspettativa di vita negli ultimi decenni è aumentata drasticamente, ma negli ultimi anni stiamo sopravvivendo ad un po’ troppe conseguenze di lungo termine, per continuare a non considerarle.

8 Giugno 2009 at 19:19
Io credo che il discorso di Setser sia soprattutto macro e quantitativo, una vista “a volo d’uccello” degli aggregati di debito. Poi, ovviamente, la qualità del debito conta. Io infatti ho segnalato i caveat qualitativi e quelli quantitativi, come la reversibilità della spesa pubblica. Sono d’accordo ovviamente con il senso del tuo post, sono le considerazioni che spesso ho fatto anch’io, durante questa crisi, incluso il sostegno alla procedura fallimentare del debt-to-equity swap. In quel caso (un mondo ideale, temo) non avremmo bisogno di cercare altri e nuovi strumenti per fronteggiare la crisi.