Piccole riflessioni sugli effetti della crisi
28 Ottobre 2008
L’attuale crisi finanziaria (e ormai economica) manda dei segnali piuttosto chiari al sistema Italia.
Anzitutto, al di là delle barzellette prodiane (qui giova citare il famoso asino che rullava sulla pista), e delle boutade veltroniane (“le nostre finanze pubbliche, risanate dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi” disse il capo PD), i conti pubblici italiani non sono assolutamente su un sentiero di chiara e certa sostenibilità (lo spread BTP-Bund è abbastanza chiaro come segnale), e, cosa ben più grave, non consentono l’uso di un deficit temporaneo per sostenere la domanda in periodi di crisi. Forse si dovrebbe riflettere sul fatto che in Italia si continua a celebrare come un successo un deficit oltre il 2% in anni di crescita economica record.
Un secondo problema che ogni crisi rende evidente in Italia è la totale assenza di sistemi efficienti ed efficaci di sussidi temporanei alla disoccupazione, carenza che trasforma ogni crisi economica, anche la più piccola, in uno psicodramma collettivo nazionalpopolare; il timore della recessione sembra il segnale che preannuncia l’imminente avanzata dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, un evento da evitare e scongiurare ad ogni costo. La recessione diventa il momento di massimo splendore per politici, sindacalisti ed industriali, che seduti attorno ad un tavolo trovano il modo di far pagare agli innocenti cittadini il costo di inutili sussidi con cui salvare le aziende degli industriali, la popolarità dei politici ed i contributi alle associazioni sindacali. Ogni recessione ci ricorda tutto questo, ed il fatto che, con un’adeguata rete di protezione dei più deboli, le riunioni tra sindacato, governo e Confindustria diventerebbero assolutamente superflue. Purtroppo gli italiani non imparano, e soprattutto chi dovrebbe promuovere il cambiamento non ha chiaramente interesse alcuno a farlo.
Un’ultima questione su cui varrebbe la pena riflettere è l’ampio numero di proposte che si leggono in questi giorni, tutte miranti a sostenere il reddito di alcune fasce della popolazione (a parole i più deboli, in realtà bisognerebbe anche controllare che davvero sia così) per aiutarle a fronteggiare la crisi. Qual è il problema? Semplice, che in questo modo si fanno ricadere gli effetti del ciclo economico sulle fasce più deboli della popolazione, che immagino ne farebbero volentieri a meno. Sarebbe tutto molto più semplice se il Paese avesse, da un lato, dei sistemi automatici di tutela dalla disoccupazione, come detto prima, e, dall’altro, se gli effetti delle politiche volte a fronteggiare i cicli economici ricadessero su altre parti della società. Ad esempio, il mondo imprenditoriale, tramite la concessione di agevolazioni fiscali nei periodi di rallentamento dell’economia, scelta che consentirebbe da un lato di sostenere la domanda e dall’altro di favorire l’ammodernamento del sistema produttivo: giusto, ma noi siamo il Paese che, per incentivare l’innovazione, e sostenere la domanda per investimenti, ha abolito gli ammortamenti anticipati nell’imminenza di un periodo di rallentamento dell’economia (poi trasformatasi nel cataclisma di questi giorni). Chapeau.
