Banche popolari e crisi

9 Novembre 2009

In un articolo riportato sull’Occidentale, Giuseppe De Lucia Lumeno, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, sostiene che:

Sono le Banche Popolari ad aver aggredito meglio la crisi (…)

La capacità di reazione delle Banche Popolari al periodo più buio della pesante crisi ha dato luogo a progressi sia per quanto concerne l’espansione territoriale sia relativamente all’attenzione alla persona nell’erogazione del credito. Risultati ascrivibili, in primo luogo, alla forma cooperativa di queste banche che non appartengono ad uno o pochi azionisti di riferimento, bensì ai soci e, tramite questi, all’intera comunità locale. (…)

Peraltro, il corpo sociale è il reale “motore” della Banca Popolare, attento controllore della trasposizione dei valori statutari in decisioni operative e al tempo stesso principale fruitore delle opportunità non solo economiche, offerte dalla Popolare stessa. La crisi ha dimostrato come le Banche Popolari siano riuscite, con successo, ad attualizzare e inserire principi quali mutualismo e cooperazione, nell’attuale contesto economico e sociale, confermando, in tal modo il ruolo guida svolto all’interno delle comunità.

Lakeside Capital non vuole assolutamente smentire questi dati sugli straordinari successi delle Banche Popolari, vuole sole aggiungere un dato: Credito Valtellinese, Banco Popolare e Banca Popolare di Milano sono le prime tre banche italiane ad aver emesso Tremonti-Bond, ovvero ad aver fatto ricorso ad aiuti di Stato per fronteggiare e resistere alla crisi.

Così, giusto per dire.

Non c’è speranza

9 Novembre 2009

Dal blog del Fatto Quotidiano:

Se il dottorato è incompatibile, anche senza borsa, con l’assegno di ricerca (con rinnovo annuale), come faremo, io e altri colleghi, a mantenerci? Perché non hanno pensato, prima di togliere altre possibilità, di dare una borsa a tutti i dottorandi? (Chiara Tambani)

Che speranza c’è in un Paese dove si pensa che tutto ci è dovuto dallo Stato, compresa la borsa di dottorato?

Memoria corta? Noi no

6 Novembre 2009

Dice Marchionne:

Nel 2004 eravamo disastrati e non abbiamo mai chiesto aiuto a nessuno. Non abbiamo chiesto una lira al ministro Tremonti

Sicuro?

Una bomba sociale? No, il governo non può accettare queste forme di ricatto. E poi la vera bomba sociale rischia di essere un’ altra: quella delle migliaia dei dipendenti delle piccole imprese, i quali non potranno che scendere in piazza a protestare per essere stati esclusi dai “privilegi” che la Fiat chiede per i suoi lavoratori, prima di licenziarli ovviamente. Io non posso accettare che ci siano lavoratori di serie A e di serie B

Ma puntale, con l’avvento del Prodi-bis:

Impiegati degli enti centrali gran parte degli addetti che usufruiranno del provvedimento governativo

Il ministro Damiano: “Lo strumento è stato concesso con l´impegno dell´azienda su nuove assunzioni”

Mille prepensionamenti a Torino, la metà di quelli previsti a livello nazionale dall´accordo tra Fiat, governo e sindacati raggiunti ieri a Palazzo Chigi.

Poniamo di interpretare la crisi attuale come una sorta di “shock tecnologico” negativo per il settore finanziario, che come conseguenza ridurrà la capacità dello stesso di assumere e diversificare il rischio, e quindi di finanziare la crescita.

Qual è l’effetto sul tasso naturale di disoccupazione, sul Pil potenziale e, quindi, sull’output gap?

Vale a dire, valutando la crescita attuale e quella attesa per i prossimi mesi, nonché l’occupazione, come devo interpretarla, rispetto al potenziale dell’economia? Qual è e quanto è grande la componente dovuta al ciclo economico negativo, e quanto invece quella strutturale?

Green energy

5 Novembre 2009

Ho davanti agli occhi il business plan di una società nel campo della cosiddetta Green Energy: il 55% dei ricavi previsti provengono dalla vendita dei certificati verdi, ovvero, in altre parole, sussidi pubblici, più o meno diretti.

La società macina margini stratosferici: ebitda al 55% dei ricavi, utile netto al 17% dei ricavi e 8% dell’investimento previsto. Leverage, ovviamente, alle stelle: 95%. Paradosso: l’energia necessaria per l’impianto conviene comprarla dall’Enel, e rivendere tutta l’energia prodotta. C’è infatti un margine favorevole tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto.

Togliete i sussidi: la società produrrebbe perdite enormi, il business plan non starebbe più assolutamente in piedi, i libri dovrebbero essere immediatamente portati in tribunale.

In sintesi: noi paghiamo di più l’energia, per consentire ad altri di guadagnare margini stellari da attività economicamente assolutamente non lucrative.

Welcome to the world of Green Energy.

Exit strategy?

29 Ottobre 2009

La nuova parola d’ordine negli incontri internazionali (a proposito, ma quanti banchetti fanno? Ormai passano da una riunione internazionale all’altra…) è “exit strategy”.

Pare che i politici di ogni angolo del mondo stiano lavorando ad una soluzione che ci tolga dalle secche di questa crisi economica mondiale; i temi principali sul tappeto sono: taglio dei bonus ai banchieri e operatori finanziari in genere, limiti all’uso dei derivati, vincoli sugli hedge-funds, tetto massimo al rapporto loan-to-value.

Tutti aspetti marginali rispetto alle cause della crisi cui i nostri magnifici ci hanno con saggezza mandato incontro: non si parla più di tanto di clearing house per i derivati over-the-counter, né dei problemi di moral hazard prodotti dalle politiche di homeowners society e dalle due GSE, Fannie e Freddie, né soprattutto dell’eccesso di leva finanziaria.

O meglio, si parla di come le banche fossero troppo indebitate, e del fatto che sia necessario ridurre i rapporti di indebitamento delle banche, ma nessuno pare preoccuparsi delle conseguenze di un processo simile.

Le banche hanno due strade per ridurre il rapporto di indebitamento: ridurre il numeratore, cioè il debito, o aumentare il denominatore, cioè il capitale di rischio.

Aumentare il capitale di rischio significherebbe rastrellare sul mercato finanziario mondiale montagne di miliardi di euro, dollari, yen, sterline o qualsiasi altra valuta: montagne di risparmi, in altre parole. Andando a far concorrenza a qualsiasi altro emittente, pubblico o privato.

Ridurre il debito significa ridurre l’attivo complessivo della banca, e quindi il credito erogato. Nell’attuale sistema monetario, equivale a ridurre l’offerta di moneta nel sistema, con inevitabili conseguenze negative sull’economia.

Exit strategy, anyone? A quanto pare no, molto più semplice preoccuparsi di come ridurre gli stipendi dei banchieri.

Radio radicale: perché?

27 Ottobre 2009

Siamo di nuovo a quel punto dell’anno: quello in cui i paladini della laicità, avversari dell’otto per mille, nemici dello Stato-Pantalone, sostenitori dello Stato Minimo piangono miseria, invocano la libertà di stampa, minacciano scioperi della fame, denunciano il regime per ottenere i fondi (10 milioni!) per mantenere in vita Radio Radicale.

A parte il fatto che 10 milioni sono un’enormità (qualche dato sul settore delle emittenti radio private in Italia è qui), perché finanziare GR Parlamento, una radio pubblica che trasmette le sedute parlamentari, e una radio privata che offre un servizio del tutto simile?

Allo Stato italiano costerebbe meno comprarsela, Radio Radicale: una società che dichiara 7 milioni di ricavi di vendita, 4 milioni di altri ricavi (i contributi, fondamentalmente) ha 7 milioni di spese per servizi e 3 milioni di spese per il personale, perché deve essere mantenuta dai contribuenti?

Il servizio che fornisce è prezioso per i cittadini? Ok, ma perché deve farlo Radio Radicale? Perché non fare un’asta con cui il servizio è affidato a chi chiede minori contributi pubblici?

Probabilmente perché siamo in Italia, dove il mercato e la concorrenza vanno bene, finché danneggiano gli utili altrui. Per sè, l’aiuto pubblico va sempre bene.

Bilancio Radio Radicale

Gli industriali invocano il taglio dell’Irap: dato che in questo modo si aprirebbe una voragine nei bilanci delle regioni, si potrebbe valutare una proposta di questo genere.

Noi riduciamo l’Irap subito, e per compensare il mancato gettito alle regioni eliminiamo hic et nunc tutti i sussidi che lo Stato e le regioni stesse erogano alle imprese.

Confindustria, accetti?

Due rapide note

26 Ottobre 2009

Ai tanti “Thatcheriani” che invocano un taglio delle tasse, gioverebbe ricordare che il primo atto della Lady di Ferro fu quello di alzare le tasse, non ridurle, per chiudere il deficit di bilancio, nella convinzione che solo un bilancio pubblico equilibrato potesse garantire crescita e stabilità nel lungo termine.

Inoltre, tagliare la spesa pubblica, anche quella improduttiva, ha come effetto di breve periodo quello di creare disoccupazione (perché licenzio un dipendente pubblico, o non compro più da imprese che quindi devono ridurre il personale in seguito al calo del fatturato): un euro in meno di spesa pubblica produrrà effetti negativi che compensano l’euro in più di spesa privata. E Tremonti ha già sperimentato, nel post-undici settembre, che i tagli fiscali a deficit finiscono con l’essere risparmiati, specie in periodi di crisi, quindi hanno poco o nullo effetto sull’economia nell’immediato, ancor di più in Italia dove i tagli alle tasse sono ripetuti ed altrettanto ripetuti i successivi aumenti per richiudere i deficit creati nel bilancio dello Stato.

Tagliare le tasse ha senso, se fatto tendenzialmente in pareggio di bilancio, e se l’obiettivo è generare effetti di lungo termine dal lato dell’offerta. Invocare tagli delle tasse come stimolo alla domanda ha poco senso, in questo momento, tanto più quando si parla di cercare di uscire da una crisi generata da eccesso di consumi: finiremmo col traslare il debito dal privato al pubblico. Ovvero, meno tasse oggi e più tasse domani per ripagare il debito.

Abbiamo il terzo debito pubblico al mondo, con un’economia che lo sostiene a fatica: aumentare il deficit farebbe aumentare gli spread dei titoli pubblici italiani sul mercato (e, di conseguenza, aumentando il rischio-Paese verosimilmente anche quello degli emittenti privati italiani), spread più alti implicano interessi più alti, quindi maggiori risorse pubbliche destinate ad onorare il debito anziché a spesa produttiva, in una spirale negativa che, sinceramente, sarebbe preferibile non innestare.

W GT

23 Ottobre 2009

Se la ricostruzione del Corriere è corretta:

È stato un collo­quio tesissimo. Durante il qua­le Giulio Tremonti ha chiesto a Silvio Berlusconi una scelta di campo netta e definitiva. O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui con­ti pubblici, o quella della spe­sa.

È stato quasi superfluo aggiungere che lui, Giulio Tre­monti, non rimarrebbe un mi­nuto di più al suo posto nel go­verno se il premier dovesse scegliere la via facile della spe­sa pubblica.

oggi Lakeside Capital si sente di dire “Viva Giulio Tremonti”. Per una volta, può succedere: quando si è d’accordo, si è d’accordo.