Acqua-nomia

22 Novembre 2009

Semper discimus

21 Novembre 2009

Oggi ho imparato che sono uno stronzo.

Non si finisce proprio mai.

Che stanchezza

17 Novembre 2009

Sono stanco di quanto “partigiano” e superficiale è questo Paese nelle analisi delle questioni economiche e politiche.

Prendiamo questo articolo su Repubblica:

Succede che i 10 milioni 586 mila euro assegnati al capitolo “Beni culturali” sono finalizzati in realtà a restauri e interventi in favore di 26 immobili ecclesiastici. Opere che avrebbero tutte le carte in regola per usufruire della quota dell’8 per mille destinata alla Chiesa cattolica, col suo apposito fondo “edilizia di culto”. Come se non bastasse, la medesima destinazione (chiese e parrocchie) hanno anche gli altri 19 milioni destinati alle aree terremotate del centro Italia

Se l’autore dell’articolo avesse un minimo di onestà intellettuale, un minimo di decenza, un minimo di logica, potrebbe provare ad accostare il termine “beni culturali” ad “architettura”, e invece di scrivere un articolo tanto banale, potrebbe cercare di capire cosa è stato finanziato, e vedere se esiste un pregio architettonico da tutelare, a prescindere dalla finalità del luogo specifico.

E magari ricordarsi che se Roma è piena di turisti non è per la sede di Repubblica, ma (anche) per la Cattedrale di San Pietro, e i tanti altri edifici della Chiesa, così come  accade a Firenze, Venezia o tante altre città italiane.

Tra le tante battaglie per la laicità (presunta) dello Stato, questa l’ho sempre reputata la più idiota: il turismo italiano vive anche (e molto) grazie alla Chiesa Cattolica ed i suoi monumenti. Cosa che ai più fa comodo dimenticare, quando c’è da fare inutili polemiche.

Togliamo i soldi alla Chiesa, poi chiediamoci se Piazza San Marco sarebbe altrettanto bella e piena di turisti senza l’omonima Cattedrale.

Banche popolari e crisi

9 Novembre 2009

In un articolo riportato sull’Occidentale, Giuseppe De Lucia Lumeno, Segretario Generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, sostiene che:

Sono le Banche Popolari ad aver aggredito meglio la crisi (…)

La capacità di reazione delle Banche Popolari al periodo più buio della pesante crisi ha dato luogo a progressi sia per quanto concerne l’espansione territoriale sia relativamente all’attenzione alla persona nell’erogazione del credito. Risultati ascrivibili, in primo luogo, alla forma cooperativa di queste banche che non appartengono ad uno o pochi azionisti di riferimento, bensì ai soci e, tramite questi, all’intera comunità locale. (…)

Peraltro, il corpo sociale è il reale “motore” della Banca Popolare, attento controllore della trasposizione dei valori statutari in decisioni operative e al tempo stesso principale fruitore delle opportunità non solo economiche, offerte dalla Popolare stessa. La crisi ha dimostrato come le Banche Popolari siano riuscite, con successo, ad attualizzare e inserire principi quali mutualismo e cooperazione, nell’attuale contesto economico e sociale, confermando, in tal modo il ruolo guida svolto all’interno delle comunità.

Lakeside Capital non vuole assolutamente smentire questi dati sugli straordinari successi delle Banche Popolari, vuole sole aggiungere un dato: Credito Valtellinese, Banco Popolare e Banca Popolare di Milano sono le prime tre banche italiane ad aver emesso Tremonti-Bond, ovvero ad aver fatto ricorso ad aiuti di Stato per fronteggiare e resistere alla crisi.

Così, giusto per dire.

Non c’è speranza

9 Novembre 2009

Dal blog del Fatto Quotidiano:

Se il dottorato è incompatibile, anche senza borsa, con l’assegno di ricerca (con rinnovo annuale), come faremo, io e altri colleghi, a mantenerci? Perché non hanno pensato, prima di togliere altre possibilità, di dare una borsa a tutti i dottorandi? (Chiara Tambani)

Che speranza c’è in un Paese dove si pensa che tutto ci è dovuto dallo Stato, compresa la borsa di dottorato?

Memoria corta? Noi no

6 Novembre 2009

Dice Marchionne:

Nel 2004 eravamo disastrati e non abbiamo mai chiesto aiuto a nessuno. Non abbiamo chiesto una lira al ministro Tremonti

Sicuro?

Una bomba sociale? No, il governo non può accettare queste forme di ricatto. E poi la vera bomba sociale rischia di essere un’ altra: quella delle migliaia dei dipendenti delle piccole imprese, i quali non potranno che scendere in piazza a protestare per essere stati esclusi dai “privilegi” che la Fiat chiede per i suoi lavoratori, prima di licenziarli ovviamente. Io non posso accettare che ci siano lavoratori di serie A e di serie B

Ma puntale, con l’avvento del Prodi-bis:

Impiegati degli enti centrali gran parte degli addetti che usufruiranno del provvedimento governativo

Il ministro Damiano: “Lo strumento è stato concesso con l´impegno dell´azienda su nuove assunzioni”

Mille prepensionamenti a Torino, la metà di quelli previsti a livello nazionale dall´accordo tra Fiat, governo e sindacati raggiunti ieri a Palazzo Chigi.

Poniamo di interpretare la crisi attuale come una sorta di “shock tecnologico” negativo per il settore finanziario, che come conseguenza ridurrà la capacità dello stesso di assumere e diversificare il rischio, e quindi di finanziare la crescita.

Qual è l’effetto sul tasso naturale di disoccupazione, sul Pil potenziale e, quindi, sull’output gap?

Vale a dire, valutando la crescita attuale e quella attesa per i prossimi mesi, nonché l’occupazione, come devo interpretarla, rispetto al potenziale dell’economia? Qual è e quanto è grande la componente dovuta al ciclo economico negativo, e quanto invece quella strutturale?

Green energy

5 Novembre 2009

Ho davanti agli occhi il business plan di una società nel campo della cosiddetta Green Energy: il 55% dei ricavi previsti provengono dalla vendita dei certificati verdi, ovvero, in altre parole, sussidi pubblici, più o meno diretti.

La società macina margini stratosferici: ebitda al 55% dei ricavi, utile netto al 17% dei ricavi e 8% dell’investimento previsto. Leverage, ovviamente, alle stelle: 95%. Paradosso: l’energia necessaria per l’impianto conviene comprarla dall’Enel, e rivendere tutta l’energia prodotta. C’è infatti un margine favorevole tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto.

Togliete i sussidi: la società produrrebbe perdite enormi, il business plan non starebbe più assolutamente in piedi, i libri dovrebbero essere immediatamente portati in tribunale.

In sintesi: noi paghiamo di più l’energia, per consentire ad altri di guadagnare margini stellari da attività economicamente assolutamente non lucrative.

Welcome to the world of Green Energy.

Exit strategy?

29 Ottobre 2009

La nuova parola d’ordine negli incontri internazionali (a proposito, ma quanti banchetti fanno? Ormai passano da una riunione internazionale all’altra…) è “exit strategy”.

Pare che i politici di ogni angolo del mondo stiano lavorando ad una soluzione che ci tolga dalle secche di questa crisi economica mondiale; i temi principali sul tappeto sono: taglio dei bonus ai banchieri e operatori finanziari in genere, limiti all’uso dei derivati, vincoli sugli hedge-funds, tetto massimo al rapporto loan-to-value.

Tutti aspetti marginali rispetto alle cause della crisi cui i nostri magnifici ci hanno con saggezza mandato incontro: non si parla più di tanto di clearing house per i derivati over-the-counter, né dei problemi di moral hazard prodotti dalle politiche di homeowners society e dalle due GSE, Fannie e Freddie, né soprattutto dell’eccesso di leva finanziaria.

O meglio, si parla di come le banche fossero troppo indebitate, e del fatto che sia necessario ridurre i rapporti di indebitamento delle banche, ma nessuno pare preoccuparsi delle conseguenze di un processo simile.

Le banche hanno due strade per ridurre il rapporto di indebitamento: ridurre il numeratore, cioè il debito, o aumentare il denominatore, cioè il capitale di rischio.

Aumentare il capitale di rischio significherebbe rastrellare sul mercato finanziario mondiale montagne di miliardi di euro, dollari, yen, sterline o qualsiasi altra valuta: montagne di risparmi, in altre parole. Andando a far concorrenza a qualsiasi altro emittente, pubblico o privato.

Ridurre il debito significa ridurre l’attivo complessivo della banca, e quindi il credito erogato. Nell’attuale sistema monetario, equivale a ridurre l’offerta di moneta nel sistema, con inevitabili conseguenze negative sull’economia.

Exit strategy, anyone? A quanto pare no, molto più semplice preoccuparsi di come ridurre gli stipendi dei banchieri.

Radio radicale: perché?

27 Ottobre 2009

Siamo di nuovo a quel punto dell’anno: quello in cui i paladini della laicità, avversari dell’otto per mille, nemici dello Stato-Pantalone, sostenitori dello Stato Minimo piangono miseria, invocano la libertà di stampa, minacciano scioperi della fame, denunciano il regime per ottenere i fondi (10 milioni!) per mantenere in vita Radio Radicale.

A parte il fatto che 10 milioni sono un’enormità (qualche dato sul settore delle emittenti radio private in Italia è qui), perché finanziare GR Parlamento, una radio pubblica che trasmette le sedute parlamentari, e una radio privata che offre un servizio del tutto simile?

Allo Stato italiano costerebbe meno comprarsela, Radio Radicale: una società che dichiara 7 milioni di ricavi di vendita, 4 milioni di altri ricavi (i contributi, fondamentalmente) ha 7 milioni di spese per servizi e 3 milioni di spese per il personale, perché deve essere mantenuta dai contribuenti?

Il servizio che fornisce è prezioso per i cittadini? Ok, ma perché deve farlo Radio Radicale? Perché non fare un’asta con cui il servizio è affidato a chi chiede minori contributi pubblici?

Probabilmente perché siamo in Italia, dove il mercato e la concorrenza vanno bene, finché danneggiano gli utili altrui. Per sè, l’aiuto pubblico va sempre bene.

Bilancio Radio Radicale