Dati interessanti
2 febbraio 2010
A quanto pare, l’idea di fornire notizie online solo a pagamento per i quotidiani non funziona. Quanto meno, non per il Newsday: vedremo se altri, il New York Times di Murdoch per primo, continueranno a perseguire l’idea di fornire news solo a pagamento.
L’aspetto che personalmente trovo interessante è che nell’informazione cartacea i profitti stanno passando da chi fornisce i contenuti a chi offre un canale di accesso agli stessi (internet, e Google in particolare). Lo stesso trend ancora non si è visto per la televisione, dove, al contrario, sono i padroni dei contenuti a farla da padrone rispetto a chi li veicola via etere, cavo o satellite.
Riuscirà Youtube ad imitare Googlenews, o la maggior capacità di controllo dei contenuti, grazie ai diritti d’autore più facilmente tutelabili, manterrà i profitti nelle mani dei produttori di programmi, film e spettacoli televisivi in genere?
La musica, poi, sta nel mezzo: i padroni dei contenuti prevalgono decisamente su chi fornisce i mezzi di ascolto, anche se il downloading (illegale) ha di molto ridotto il valore degli stessi, costringendo gli artisti a ritornare a fare musica live per rimpinguare i guadagni. E Apple, con il suo iTunes store, sta sfruttando il suo predominio nel mercato dei lettori musicali per limare a proprio favore i guadagni delle major discografiche. Anche qui, riuscirà Apple, con il suo nuovo iPad, a limitare il potere delle case cinematografiche e portarsi a casa parte dei guadagni?
La rivoluzione digitale è in corso: con la bolla del .com si era probabilmente sopravvalutata la velocità con cui internet ed il digitale avrebbero cambiato lo scenario economico, ma, piano piano, il mondo sta cambiando. Per chi deve scegliere come investire, si tratta di capire come cambierà.
Dissennati senatori
28 gennaio 2010
Solo in un Paese di gente senza testa possono succedere assurdità del genere.
Ci rifiutiamo di commentare oltre.
P.S.: lettura sul tema:
Unfortunately, there appears to be no reliable, objective way of effectively determining the right size for any sector of the economy, or the right compensation for its employees, other than through market pricing mechanisms.
Semantica
27 gennaio 2010
(Sarà che siamo cattivi e maleducati, però…)
Più che Peones, li chiameremmo Cojones.
La grande retromarcia
27 gennaio 2010
La stessa maggioranza che, due legislature fa, con la riforma del diritto societario, introdusse in Italia il sistema di governance duale per le SpA, oggi propone di obbligare per legge le società quotate a indicare in bilancio i compensi pagati ad amministratori e dirigenti.
Dovranno, insomma, essere comunicati pubblicamente non solo gli stipendi dei top manager, ma anche «la politica in materia di remunerazione», ovvero il modo in cui si arriva a costruire lo stipendio annuo di un amministratore delegato o un presidente: in altre parole qual’è la parte fissa e quale variabile, come viene calcolata e a quali parametri viene indicizzata quella variabile (ad esempio le stock option), e se tali parametri sono a breve o lungo termine.
E non è tutto, perché nelle intenzioni del governo:
cresce anche il peso dei soci nel processo decisionale: spetterà infatti all’assemblea degli azionisti l’ultima parola «nell’approvazione della politica di remunerazione».
Ora, non sarà certo qui che leggerete critiche a qualunque riforma che restituisca potere alle assemblee societarie o favorisca la partecipazione dei soci, anzi, qui crediamo che sia proprio lo scarso controllo esercitato dai soci e dalle assemblee societarie uno dei problemi che hanno portato all’attuale crisi. Quindi se la mini-riforma voluta dal governo porterà a maggior attenzione da parte dei soci a ciò che avviene nella loro società, bene.
Ma vogliamo far notare un controsenso. Questa maggioranza, introducendo il sistema duale tipico delle grandi aziende tedesche, fatte di pochi e grandi soci, in Italia, ha aperto le porte ad un sistema di governance che, di fatto, svuota il potere dell’Assemblea ordinaria, dato che a decidere le questioni quotidiane è il Consiglio di Gestione, e l’indirizzo strategico il Consiglio di Sorveglianza, cui tra l’altro è demandata, ai sensi di legge, approva il bilancio di esercizio ed il bilancio consolidato, nomina il Consiglio di gestione (determinandone anche il compenso, salvo norma statutaria contraria che dia questo potere all’Assemblea).
Non è un caso che, in Italia, questo sistema di governance sia stato adottato anzitutto dalle grandi banche controllate dalle fondazioni bancarie: con questo sistema, di fatto, i banchieri sono i controllori di se stessi, e non hanno da rendere conto a nessuno. Le fondazioni, e quindi (volendo pensar male) il potere politico, nominano i consiglieri di sorveglianza, in modo da poter dire la loro quando necessario, ed i piccoli soci restano esclusi.
Ora la stessa maggioranza vuole introdurre l’obbligo legislativo di pubblicare i compensi: una norma tendenzialmente vuota, dato che le società quotate pubblicano questi dati da anni, e molte non quotate fanno altrettanto. E dopo aver introdotto nel nostro Paese sistemi di governance estranei alla nostra tradizione giuridica e che hanno contribuito ad annullare il ruolo dei soci nella gestione sociale, vuole restituire potere alle assemblee, contraddicendo se stessa nell’arco di pochi anni.
Alla faccia nostra
27 gennaio 2010
Fiat annuncia i risultati dell’esercizio 2009: la divisione auto chiuderà il bilancio con un utile di 400 milioni circa, il gruppo con 800 milioni di perdite. E propone un bel dividendo di poco più di 200 milioni di euro.
La cassa integrazione per i dipendenti? La chiusura di Termini Imerese? Le continue lagnanze al grido di “o incentivi, o morte”? Quelli sono costi che non gravano sul bilancio Fiat: il gruppo torinese, con una prassi contabile a nostro avviso disdicevole, è infatti solito consolidare i ricavi derivanti dai contributi pubblici, ma ritiene esterni all’area di consolidamento i relativi costi imposti ai contribuenti italiani. I quali, impassibili, continuano a subire.
Non molto tempo fa, infatti, Fiat rivendicava 500 milioni di euro circa di credito nei confronti dello Stato italiano: ai soci, di quella cifra, andrà più o meno la metà. Siamo curiosi di leggere il bilancio Fiat per il 2010: lo scorso anno, la capogruppo contabilizzava 880 milioni di utili derivanti dalla cessione del proprio marchio ad una controllata; quest’anno cosa avrà prodotto, il sistema contabile the Fiat way?
NIT
25 gennaio 2010
L’ultima proposta di Brunetta è probabilmente una provocazione, e come tale va presa, dandole l’importanza che una simile provocazione merita (ovvero, non troppa). Ma potrebbe essere un utile spunto per rilanciare un’idea che la maggioranza farebbe bene a fare propria: abolire tante delle assurde agevolazioni, contributi, deduzioni e detrazioni e sostituire il tutto con una cosiddetta imposta negativa sul reddito.
Sarebbe una battaglia di libertà e di equità, potrebbe alleggerire il costo dell’attuale intricatissimo sistema di welfare, dando a chi ha bisogno ciò di cui ha bisogno: soldi per comprarsi ciò che gli serve. Perché la riforma fiscale si può fare, anche subito.
La boutade di Brunetta dovrebbe inoltre far riaprire la discussione sul sistema pensionistico, che grazie alla scorsa maggioranza ha sottratto 10 miliardi di risorse al Paese (che sarebbero molto utili di questi tempi, qualcuno farebbe bene a ricordarlo a Bersani): parlare di innalzamento dell’età per la pensione non deve essere un tabù.
La parola che non ti ho detto
22 gennaio 2010
Citazione banale del titolo a parte, così riporta il Corriere sulla questione Obama, regole per la finanza e rapporti con le banche:
La proposta, con cui Obama «dichiara guerra a Wall Street», rappresenta «il maggior giro di vite in termini di norme dal 1930», scrive il Financial Times. Infatti, se saranno adottate le misure – secondo alcuni osservatori – porteranno il sistema indietro di anni: le nuove iniziative dell’amministrazione, infatti, sembrano trarre ispirazione dal «Glass-Steagall Act», entrato in vigore dopo la Grande Depressione e che proibiva alle banche commerciali, o a società da queste controllate, di sottoscrivere, detenere, vendere o comprare titoli emessi da imprese private. Le banche quindi potrebbero essere costrette a decidere fra l’attività retail e quella di proprietary trading, e di conseguenza a separarsi. «Il private equity e il proprietary trading non hanno causato la crisi. Un ritorno al «Glass-Steagal»l non è realistico. Noi non cambieremo il nostro status», commenta il chief financial officer di David Viniar. La Casa Bianca però smentisce la volontà di Obama di voler tornare al«Glass-Steagall,« che di fatto imponeva una divisione fra le banche commerciali e quelle di investimento. «Il sistema finanziario è decisamente più forte oggi di quanto non fosse un anno fa, ma continua a operare con le stesse regole che lo hanno spinto sull’orlo del collasso. La mia determinazione a riformare il sistema – afferma Obama – viene rafforzata dal vedere che le vecchie pratiche ritornano nelle aziende che si oppongono alla riforma; quando vedo profitti record in quelle società che dicono di non poter concedere prestiti alle piccole e medie imprese, di non poter mantenere bassi i tassi di interesse sulle carte di credito, e di non poter restituire le risorse stanziate dai contribuenti.
CI vengono da fare due facili osservazioni. La prima, che nel pieno della crisi, per meglio lottare per la propria salvezza, i due giganti dell’investment banking JP Morgan e Goldman Sachs hanno deliberato la trasformazione da banche d’investimento ad holding bancarie, diventando quindi banche commerciali. Imporre la separazione per legge vorrebbe dire imporre di essere o Goldman Sachs ante-crisi o banca commerciale con sportelli per la clientela, conti correnti, bancomat e simili. Se, come la vulgata spesso vuole, il modello europeo si è dimostrato più solido, allora la regolamentazione dovrebbe andare in direzione opposta, visto che il mercato europeo, escluse le banche d’affari americane, vede il predominio delle banche universali. L’andamento di Citigroup, finita in crisi in tre delle ultime quattro recessioni e salvata dal governo americano, dovrebbe al contempo far dubitare della bontà del modello “supermercato finanziario”, ma immaginiamo che per un politico, incluso Mr. The Audacity of Hope, sia difficile rassegnarsi all’idea che il modello organizzativo più efficiente per gestire le attività di banca commerciale e banca di investimento debba essere scelto liberamente dagli operatori di mercato.
Il Presidente Obama si lamenta perché le banche macinano utili da record, applicano tassi di interesse elevati e limitano il credito alla clientela. Ora, non vogliamo ritornare troppo a lungo su un discorso più volte qui fatto riguardo alle lamentele sulla restrizione del credito: ci limitiamo a ripetere che lamentarsi perché con il credito troppo generoso le banche hanno causato la crisi, e contemporaneamente lamentarsi perché ora fanno meno credito è quanto meno contraddittorio.
Vogliamo concentrarci su altro: elevati profitti, riduzione dell’offerta, aumento dei prezzi. Ricorda nulla, tutto questo? Qualcosa che è scritto su tutti i manuali di microeconomia usati nel primo anno di qualsiasi laurea triennale in economia. Sono forse gli effetti che si producono in un settore oligopolistico? Sono forse una delle conseguenze della scarsa concorrenza in un settore? Sì, siamo convinti di ricordarci giusto.
Ecco la parola che Obama, e con lui molti altri, non osano dire: concorrenza. Aprire il settore finanziario alla concorrenza, dare la possibilità a nuovi attori di emergere, capire perché si è formata questa concentrazione e quali riforme siano necessarie per aumentare la competizione nel settore: tutti argomenti che, nell’agenda delle riforme per la finanza mondiale, non sono mai discussi.
Stupido è…
15 gennaio 2010
(Gli attentissimi Germanynews e Phastidio, tramite rispettivi profili fb, ci hanno portato a conoscenza di un interessante articolo)
Brutta cosa dover smentire di essere stupidi. Chiariamoci: non è bello far passare per stupida una giovane nobile e di bell’aspetto, solo perché ha un lavoro importante (importante… diciamo con molta visibilità) conquistato senza anni di gavetta, bisognerebbe portare rispetto per le persone. Certo che se uno si sente in dovere di smentire di essere fesso, a nostro avviso dimostra di esserlo: se non lo fosse, saprebbe che le proprie azioni ed il proprio operato professionale sono sufficienti a smentire la diceria.
Ma, essendo noi stupidi al punto tale da intervistare Noè, probabilmente non facciamo testo.
W Emma
12 gennaio 2010
Sempre più convinto che una vittoria di Emma Bonino nel Lazio sia più che auspicabile, per porre freno ad una candidata PdL quanto meno dubbia. Un onorevole del PdL (di nome Giancarlo, cognome non so) così scrive al Giornale:
Se Sacconi avesse avuto la pazienza di scrutare i dati dell’Aran, l’organismo che certifica la rappresentatività nella pubblica amministrazione, si sarebbe evitato la figuraccia, visto che per quanto riguarda gli statali, l’Ugl comunicò al ministero 12.887 iscritti contro i 6mila reali, mentre per i dipendenti degli enti locali, sparò 54.309 e non la cifra giusta di 16.400. Nel settore della Sanità, poi, un vero miracolo dei pani e dei pesci: 42.124 dichiarati, di contro a soli 3.600 iscritti.
Da notare, inoltre, che i dati forniti dall’Aran sono comprensivi anche del sindacato Cisal, come a dire che la truffa dei numeri è ancora maggiore. Insomma, il sindacato della Polverini avrebbe nella pubblica amministrazione una consistenza pari allo 0,7%, quasi prossima allo zero assoluto.
La signora, che dimostra di aver capito l’importanza dell’onestà e della trasparenza in politica (cioè zero) a domande sulla questione ha risposto:
Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell’interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell’Ugl e dell’onestà di questo sindacato.
Non è giusto nei confronti dell’onestà del sindacato smentire voci su presunti falsi nella comunicazione del numero di iscritti? Non è giusto nell’interesse dei lavoratori italiani far sapere se un sindacato che si vanta di rappresentarli presso le aziende ed il governo ha davvero i numeri per farlo?
P.S.: da una vecchia intervista con il Giornale:
Si dice: approfittiamo della crisi per dettare nuove regole. La principale secondo lei? «Togliere il nostro destino dalle mani di quelli che sostengono che il mercato si autoregoli».
Antiliberista? «Di più. Guai se saranno gli economisti che hanno causato il disastro a fare le nuove regole. Quelli che ora dicono: “Lo Stato intervenga, ma poi lasci”».
Un compromesso. «Un’incoerenza. Da loro, vorrei un mea culpa e dieci passi indietro. Ci sono dentro tutti. Adesso, dicono solo che il meccanismo si è inceppato. Ma tacciono sul quando e come ripartirà».
Più global o antiglobal? «Ritenevo la globalizzazione un’opportunità. Mi sono ricreduta. I deboli si impoveriscono, i ricchi lo diventano a dismisura. Globalizzazione sì, ma governata».
È liberista o socialista? «Liberista, mai. Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza. La redistribuzione capitalista è una favola. Favorisce speculazioni finanziarie e rendite incontrollate».
Studenti stranieri e scuole italiane
11 gennaio 2010
Lakeside Capital si sente assolutamente inadeguata per giudicare l’intervento del Ministro Gelmini volto a limitare il numero di stranieri in una singola classe. Troppo al di fuori delle proprie competenze per esprimere un giudizio sensato.
Quello su cui si sente di poter dare un giudizio è la volontà di molti di ignorare il problema, e di dare del razzista a chi osa anche solo sussurrare che gli stranieri, in classe, possono essere un problema.
Partiamo dal presupposto che l’istruzione, anzi meglio, una istruzione di buona qualità sia fondamentale per il futuro degli studenti. Fatto questo presupposto, diviene dunque fondamentale far sì che gli studenti siano messi nelle condizioni migliori per apprendere.
Ora, chiunque abbia un minimo di esperienza in questo campo, sa che in un gruppo di studenti ci sarà sempre qualcuno più bravo e qualcuno meno bravo, qualcuno che segue le lezioni con maggior facilità e chi invece fatica a tenere il passo; inoltre, quanto più questa differenza è alta, tanto più diventa difficile insegnare, in quanto sempre più difficile la difficoltà di bilanciare la necessità di essere chiari e comprensibili per gli ultimi della classe con il bisogno di soddisfare la curiosità e stimolare l’interesse degli alunni più bravi. Molto spesso si vedono professori che, per i motivi più svariati, alcuni giustificabili ed altri no, finiscono con l’adeguare il livello delle lezioni alla “metà più bassa” della classe, costringendo quindi gli alunni più abili ad avere un’istruzione mediocre, ben al di sotto di ciò cui essi potrebbero legittimamente aspirare.
Fatte queste considerazioni, dovrebbe essere evidente che, laddove possibile, è necessario fare tutto il possibile per evitare disparità tra studenti, onde poter svolgere le lezioni nel contesto più adeguato e stimolante possibile.
Quale condizione viene prima della conoscenza, solida e fluente, della lingua in cui le lezioni sono impartite? Ad avviso di chi scrive, nessuna. Difficile svolgere lezioni interessanti ed approfondite se metà degli studenti non è in grado di capire il docente; difficile stimolare l’attenzione degli studenti migliori se il docente è continuamente interrotto da studenti che non riescono a capirlo.
Dunque, strutturare le classi in modo che il livello di conoscenza della lingua di insegnamento sia più o meno omogeneo tra i diversi studenti dovrebbe essere considerato la norma, dovrebbe essere una precondizione per poter avere una istruzione di buona qualità.
Il problema non è se gli stranieri devono studiare con gli italiani, o meno: il problema è che studenti con diversi livelli di conoscenza della lingua hanno esigenze diverse.
Da un lato, dobbiamo tutelare le esigenze degli studenti che conoscono bene la nostra lingua, indipendentemente dalla nazionalità: ritardare l’apprendimento dei bambini nei primi anni di scuola significa produrre danni irreparabili. Difficile riuscire a recuperare negli anni successivi ciò che si è perso nei primi anni di scuola.
Dall’altro, bisogna dare la possibilità a chi non parla la nostra lingua con sufficiente fluenza di avere comunque accesso all’istruzione, tenuto conto della particolare condizione in cui si trova. Una volta che allo studente straniero sono dati i mezzi linguistici per affrontare la scuola al pari degli altri studenti, si garantisce anche a lui la possibilità di accedere appieno all’istruzione.
Detto questo, se trattare in questo modo gli studenti stranieri significa discriminarli, allora Lakeside Capital non si cruccia particolarmente nel dire che sì, è opportuno discriminarli. Ne va del futuro tanto degli studenti italiani quanto di quelli stranieri: ignorare il problema è molto più razzista che porsi il problema di come favorire l’apprendimento di tutti, ponendo attenzione al diverso livello di conoscenza della lingua italiana.